Caro coso.
Chi ti scrive è un idiota qualunque, un giovane di nome Gabriello Lanerchia, per gli amici Nerchia. Lavoro, se così si può dire, in una ditta che si occupa di chiacchere etc. nei pressi di Milano – della grande Milano. Ecco, per così dire faccio parte della terza Italia lavorativa. Lei, signor coso, si chiederà: “ma cosa intende il sig. Lanerchia con terza Italia?”. Ecco, vede, le rispondo subito. La prima Italia lavorativa è quella che danno in TV, quella a cui i media sono interessati come il caso Fiat o Alitalia, per citarne i più famosi. Per inciso, non che ce ne siano troppe di queste primizie, altrimenti probabilmente non sarei qui a scriverle. La seconda Italia, invece, è quella degli studenti universitari, che ultimamente sta, senza forse alcun risultato, facendo sentire la propria voce per il semplice fatto che la sig.ra Maria Concetta Natalina Gelmini si sta allegramente sditaleggiando con dei pezzi del domino mentre prova a riformare la scuola. La terza Italia, invece, è formata da chi, come me, non ha voce e non trova forza per farlo. Giusto per fare un esempio, tutti quei cretini che domenica hanno protestato nelle varie piazze italiane, beh si – insomma – fanno parte di questa terza Italia.
Giusto per essere chiaro, caro sig. coso, mi spiace per i vari errori che sto continuando a perpetrare in questa debole missiva, ma purtroppo la mia quinta superiore non mi permette di elevarmi ad uno stato superiore rispetto al leghista medio, quindi in qualche modo se confondo le C con le Q mi perdoni. Contrariamente ai leghisti, comunque, ho appreso l’uso della lettera H che riesco a posizionare correttamente all’interno delle frasi.
Quello che volevo chiederle, caro sig. coso, è cosa devo fare per fare in modo che i miei diritti di lavoratore possano un giorno trovare lo spazio che il mio status (di lavoratore appunto) richiede. Mi chiedo per quale motivo, caro sig. coso, io non debba percepire una tredicesima, mi chiedo per quale motivo io non abbia ferie o non abbia il potere di no quando qualcuno mi chiede qualcosa per il solo e semplice motivo che ho paura di perdere il lavoro. Mi chiedo, e qui la smetto di usare toni convenevoli (la prego di scusarmi), caro figlio di puttana, per quale motivo nessuno abbia trovato ancora la risposta al difficile quesito italiano del “perchè siamo tutti mammoni?”. Mi chiedo se lei trova giusto che dopo dieci anni di lavoro una persona debba ancora farsi crescere le setole sulla schiena per poter essere trattato con tutto il rispetto che uno zerbino merita. Mi chiedo, egregio, se sua figlia venisse trattata in questo modo, lei cosa farebbe?
Forse lei si starà crogiolando in una risatina idiota etichettandomi come un “qualunque idiota privo di titolo di studio che frigna per avere un lavoro fisso”, ma anche se io il titolo di studio non ce l’ho (perchè diciamoci la verità, un diploma superiore vale quanto la quinta elementare – e da quello che sento da amici sembra anche quanto una laurea), ma la prego di prestarmi ascolto, perchè non è così. Noi, giovani della terza italia, ogni giorno dobbiamo sottostare ai soprusi che i prepotenti con macchinoni da sessanta e rotti mila euro (fa figo scriverlo per esteso, vero?) ci perpetuano per la sola paura di perdere lavoro. Ma non parlo solo di me, caro sig. piegaminchie, parlo di tutte quelle persone che sono costrette a martellarsi i coglioni per arrabbiarsi contro se stessi per la paura di poter uccidere il proprio padrone (ho detto bene: padrone) e perdere il lavoro. E’ davvero solo una questione di quantità di posti di lavoro mi chiedo? La qualità dei posti di lavoro, di cui ogni tanto ne parlano solo le Iene di Italia1 (e qui ho già detto tutto quanto dovevo dire) solo per indorarci la pillola e permetterci di dire “anche noi abbiamo la nostra voce!” quando in realtà ci stanno solo offrendo l’oki contro una frattura femorale, a qualcuno sta DAVVERO a cuore? Io me lo chiedo tutti i giorni caro qualunque cosa lei sia, mi chiedo dove ci state portando, mi chiedo fino a quanto vogliate farci soffrire, perchè la pressione sta raggiungendo il massimo, io la avverto.
Sono passati anni da quando mi fregiavo di essere un anarchico rivoluzionario, quando credevo che tutto doveva essere combattuto con la rivolta e a mia volta, credevo che la forza fosse l’unica soluzione a tutto. Lei comprende, quanto me ora, quanto questo pensiero fosse piccolo e qualunquista. Ma se questo sentimento sbocciasse non dal desiderio di essere accettato da un qualunque gruppo di ragazzini, ma piuttosto dal bisogno di cambiamento? Perchè è possibile, caro cettola, che forse davvero la rivoluzione sia l’unica soluzione.
Nel senso, provo a spiegarmi meglio: per avere un contratto devo sgozzare il mio datore di lavoro? No, perchè volendo lo faccio.
Ok, la smetto. La lascio libero, vada pure a godersi l’Inter questa sera, tanto che lei tifi a favore o contro la guarderà comunque come il resto dell’Italia, mentre qualcuno – in questo momento – sta davvero dichiarando che siamo sotto dittatura.




