
Videogiochi… Ne abbiamo visti, giocati, guardati, sognati centinaia, almeno noi degli anni ’90. Dal primo Game Boy, quello grigio con schermo monocromatico che aveva bisogno di 4 batterie stilo AA per funzionare, pesava quasi mezzo chilo. Fenomenale. Sega Master System e Super Nintendo arricchivano il salotto di qualche casa, mentre qualche raro fortunato sventolava a destra e a manca il possesso del bellissimo Saturn. Poi venne la PlayStation. Fenomenale, con i primi giochi che erano semplicemente osceni ma semplicemente fantastici. Gex 3d fu il mio primo, ma fortunatamente nella mia classe delle medie si era creato un buon mercato di giochi in prestito.
E di giochi non ce ne erano neanche poi troppi e di titoli belli non ne esistevano. Il marchio Final Fantasy era pressochè sconosciuto per chi, come me, non possedeva lo SNES, ma anche chi ce l’aveva, preferiva altro. Crash Bandicoot, il primo, era semplicemente osceno guardato con gli occhi di un “videogiocatore moderno”, ma lui e Resident Evil conquistavano subito. Quel Resident Evil con i fondali prenderizzati talmente brutti che sembravano fotografie fatte con i cellulari, che manco c’erano i telefoni che facevano le foto.
Tanto difficili quanto stupendi, giochi come Gran Turismo ci fecero consumare decine di pad, vuoi perchè li tenevamo male, vuoi perchè li sbattevamo con violenza contro i muri della casa di chi, quel pomeriggio aveva la sfortuna di ospitarci in blocco. In giro con le nostre memory card e i pad scolorinati (per essere sempre riconosciuti, era quasi una sorta di bacchetta magica) ci sentivamo i padroni di questo piuttosto di quel videogame fino a quando qualcuno scopriva qualcosa (le marce manuali? la possibilità di usare il freno? la derapata?) che surclassava la nostra bravura.
Le sfide con i boss finali, poi, erano allo stato dell’arte per noi, emozionanti e difficilissime, lasciavano fissi i nostri cuori e i nostri personaggi per giorni sulle stesse schermate, con gli stessi inesorabili Game Over. Sepiroth, Psycho Mantis, il Tyrant, dr. Nitro (se la memoria non m’inganna) erano antagonisti affascinanti quanto odiosi. Adesso a vedere quei videogiochi, ammetto senza pudore, avrei quasi il ribrezzo. Anzi, mi domanderei come abbiamo fatto a passare tutto quel tempo con quei giochi dalla grafica così oscena, dove le pistole avevano la forma di scatolotti neri, quando ora vengono renderizzate e texturizzate anche nei loro componenti meccanici, giusto così per renderlo noto alle preview.
Ora… già. Quel Metal Gear che ho visto in prova in diversi negozi mi ha lasciato spiazzato. Quel Solid David Snake, tanto amato ora è diventato un vecchio, ma non rachitico, credo protagonista a tutti gli effetti del 4° episodio della serie, uscito poco fa nei negozi per PS3, che ha fatto quasi gridare al miracolo. Ho provato i primi 10 minuti di gioco: in mezzo ad una battaglia forsennata, abbiamo immediatamente il controllo totale del vecchio baffone, ci dirigiamo neanche sappiamo dove mentre evitiamo i colpi di Rex con le game antropomorfe. Poi, una lunghissima scena, identica tutto per tutto a quella di un qualsiasi – bellissimo – film d’azione.
Il mondo dei videogiochi è saturo di prodotti scadenti, di brand vecchi e polverosi e di personaggi che non hanno carisma. Studiati per averne, per essere ricordati come i personaggi di un film, come fossero supereroi qualunque. Videogiochi che sembrano realtà, che non fanno divertire, ma piacciono. Sono bellissimi, hanno una grafica mozzafiato, una fotografia da urlo, musiche da brivido. Sono CENTO anni luce avanti ai nostri videogiochi. Hanno l’online, la Wi-fi connection, l’ipod integrato, possono sostituire la tua vita reale, hanno diverse modalità di gioco per tutti i gusti e mille segreti da sbloccare. Ma non hanno quella compagnia di amici, seduti in otto davanti al mivarone da 22” pollici di papà, a fare le gare, a decretare il vincitore, a finire il gioco, ad uccidere quel maledettissimo boss.
E forse, è meglio così.