Preludio – Isidoro d’Cannith

“… è quindi tempo che tu adempia ai tuoi obblighi come Cannith, figliolo. Mio fratello, il professor Unfel ti aspetterà questo primo pomeriggio agli ingressi principali dell’Università. La riceverai il tuo incarico. Da quanto ho potuto apprendere da Unfel, non si tratta altro che una visita ad un antico sito, dove forse hanno recuperato un vecchio libro utile per le nostre ricerche. Parla con il professore Unfel e fatti spiegare quanto necessario. Fai attenzione. Tuo padre Elya d’Cannith.”

Quella lettera con il sigillo dei Cannith l’aveva spaventato, lo doveva ammettere. Se non fosse stato per il suo cognome, se non fosse stato per il suo Marchio, non sarebbe un Cannith. Di certo non avrebbe tutti quei lussi, un appartamento nel distretto Torre di Mithral, donne e vino in quantità, ma forse sentirebbe meno il peso di quella responsabilità. Che poi, oltre al peso delle parole di suo padre, ben in pochi si erano preoccupati, durante la sua giovane vita, di ricordargli il retaggio del suo cognome.

Ma, per suo padre, Isidoro era sempre stato un peso. Ricco e viziato fin da piccolo. Aveva prestato servizio alla Roccaforgia nei pressi di Wroat gli ultimi anni del conflitto, ma non si era distinto nè per bravura nè per disciplina e, alla fine della Grande Guerra era tornato a casa senza una nota di merito da parte di nessun membro del Casato.

Fortunatamente, suo padre aveva un fratello di sangue che lavorava come insegnante presso l’Università di Morgrave, fratello che non vedeva mai ma con cui teneva frequenti scambi epistolari. Unfel sapeva della condizione del figlio e aveva più volte spinto i rettori dell’Università ad accettarlo all’interno dell’Istituto, ma questi ultimi erano restii ad accettare l’ennesimo figlio di papà privo dello spirito necessario per affrontare avventure e recuperare manufatti e reperti per conto della scuola. In più, se i calcoli di Unfel non erano sbagliato, quello doveva essere un luogo di preghiera degli accoliti del Custode, una setta dedita alla necromanzia. Se il ragazzo fosse riuscito, a costo zero, a recuperare qualche tomo o – poco probabile – rituale sull’argomento, Unfel era certo che si sarebbero fatti un nome all’Enclave di Cenere Nera.

E quella missione non sembrava particolarmente pericolosa. La necromanzia era stata vietata al tempo di Galifar I e quel tempio era troppo vicino alla città di Sharn per ospitare accoliti e maghi interessati a rituali di tale portata così alla luce del sole, ma di sicuro non sarebbero mancati testi sull’argomento su qualche, impolverato, scaffale. Il ragazzo, più che la spada, si sarebbe dovuto portare dietro uno spolverino.

O almeno, così sperava.